Raffaele Riba, "Un giorno per disfare": FaceBooks

Lo scrittore cuneese Raffaele Riba, autore del romanzo "Un giorno per disfare"
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"FaceBooks" è la nuova rubrica che vi racconta i giovani scrittori italiani prendendo spunto da ciò che postano sui loro profili Facebook. La inaugura Raffaele Riba, classe 1983, autore di "Un giorno per disfare", il suo romanzo d'esordio nonché la rivelazione letteraria del 2014.

Raffaele Riba, classe 1983, è l'autore di uno dei libri rivelazione dell'anno: "Un giorno per disfare", il suo romanzo d'esordio, edito dalla casa editrice indipendente romana 66thand2nd. Nato a Cuneo, Raffaele ora vive a Torino dove lavora come redattore presso la Scuola Holden, il tempio dello storytelling fondato da Alessandro Baricco. Nonostante ci abbia confidato che il suo rapporto con i social network è "parziale, nel senso che potrebbe sfruttarne più a fondo le potenzialità", a noi il suo profilo Facebook è piaciuto molto, visto che è talmente pieno di piccole curiosità che è stato facilissimo prendere spunto dai suoi post per le nostre domande. Raffaele ci parlerà non solo del suo romanzo, ma anche del rapporto con gli animali, con sua madre e con gli oggetti antichi, nonché di quella dermatite che tanto lo lega "acriticamente" a uno dei protagonisti della Rivoluzione francese Jean-Paul Marat. Buona lettura!

La foto di apertura del tuo profilo Facebook è la copertina del tuo esordio letterario (segnalata tra l'altro come una delle più belle del 2014). Qual è il rapporto tra questi animali, con le loro evidenti fasciature, e la trama del tuo romanzo? La copertina di "Un giorno per disfare" è un’istallazione di Pascal Bernier, esposta a Parigi. Il fatto che gli animali siano fasciati è portavoce di una specie di poetica che, se dovessi svolgere o raccontare in due parole, sintetizzerei così: qual è il grado di uscita dell’uomo dal complesso ingranaggio naturale? Mi spiego: una volta che gli animali (a parte l’uomo) sono feriti, guariscono o muoiono. È tutto piuttosto brutale e semplice. L’essere umano invece si è messo in mezzo a molti di questi passaggi “obbligati e consequenziali”, inventando la cura medica per esempio. E questo è meraviglioso, ma facendolo (insieme a molte altre cose fatte grazie all’evoluzione del suo pensiero) forse si è convinto di essere parzialmente fuori da alcuni meccanismi naturali. Per fortuna non è così e il mio libro parla un po’ di questo. Io sono un amante degli animali, della natura in genere direi. Mi prende una specie di meraviglia o di nostalgia quando la guardo. Sono convinto però che tutto questo brulicare a pochi passi da noi debba essere guardato per quello che è. Nella sua meraviglia, appunto, ma anche nei suoi aspetti più difficili da accettare. C’è un fatalismo nella natura, una crudeltà, un’economia schietta che fa parte del gioco. Sono un amante degli animali, non un animista o un animalista insomma.

La tua foto di profilo è il celebre dipinto "La morte di Marat" di Jacques-Louis David. Perché hai scelto proprio questa immagine? Marat era una persona inquieta, molto sensibile e intimamente rivoluzionaria. Al di là della politica fu medico, scrittore e fu uno dei primi a usare Cartesio per smentirlo in qualche modo: voleva capire l’essere umano, studiando l’interconnessione tra mente e corpo. Un filantropo. Un uomo che inseguendo un principio di realtà si è sbagliato spesso o ha fatto degli errori, e questo gli è costato la vita. È stato assassinato nella sua vasca da bagno, mentre cercava di lenire i disagi della dermatite che lo tormentava. Ecco, la passione, l’errore e la dermatite (gatta da pelare che ha fatto soffrire molto anche me e per molto tempo) me lo hanno reso vicino, acriticamente amico.

Qual è la storia che si cela dietro l'immagine qui sopra e la rispettiva didascalia? Sto scrivendo un libro per la casa editrice Loescher che finirà in una collana nata per adattare dei grandi classici, creando un link tra loro e i lettori giovani. Come classico da cui partire ho scelto "L’orso" di Faulkner perché qui, di nuovo, l’uomo e la natura sono messi a confronto. "L’orso" (che sta appunto dentro la raccolta Go down, Moses) è un racconto lungo ostico, difficilissimo, di una bellezza struggente. Mia madre è una lettrice forte, ma ha la sana e naturale predilezione per una narrativa più di genere. Così, raccontandole che cosa stavo facendo in quel periodo, con un po’ di banale psicologia inversa, l’ho stuzzicata dicendole di prendersi quel libro e leggere il racconto. Il risultato è stato sorprendente: quando sono andato a trovarla di nuovo, mia madre non solo si era letta il racconto, ma si era appuntata una marea di cose e annotata una serie di riflessioni che facevano impallidire il mio lavoro. Insomma, una madre che su consiglio del figlio ha sorpassato di gran lunga il figlio.

Da alcuni dettagli - come l'immagine qui sopra - sembri apprezzare gli oggetti antichi e (forse) uno stile di vita che non esiste più. Sei un tipo nostalgico? Cosa non ti piace (e cosa cambieresti) della modernità? Sono nostalgico, moltissimo (nell’accezione pura del termine ovviamente), ma tra qualche tempo sarò nostalgico anche della modernità, del presente. Non c’è in particolare qualcosa che non mi piace del momento in cui viviamo. Nel senso che ce ne sono molte di cose ma è anche verò che, cercando di guardarle con oggettività, non potrebbe essere altrimenti. L’essere umano sbaglia. Poi migliora sugli sbali, sbagliando di nuovo. Come singolo o come corpo sociale. L’unica cosa, forse, che sarebbe bello accadesse o facesse parte di questo presente è la conoscenza dei meccanismi che ci portano a muoverci così. Sapere meglio chi siamo. E perché sbagliamo e sbaglieremo.

Sul tuo profilo Facebook ci sono delle immagini bellissime di un soggiorno in Norvegia (se non sbaglio, visto che si parla di Bergen). Cosa ti è piaciuto di più? C'è qualcosa che noi popoli latini dovremmo imparare secondo te da quelli nordici? Alcune foto, tra l'altro, fanno molto "Into the wild": che ne pensi della solitudine e della natura vissuta in opposizione al mondo metropolitano e connesso in cui molti di noi viviamo? Il senso civico. Che non si limita solamente alla pulizia o all’ordine dei paesaggi. Ma è una questione di principio. Sembrano vivere sapendo che, inevitabilmente, il loro abitare (stanze, strade, prati, fiordi o palazzi) può creare disagio a chi sta loro vicino. Sapendo poi che è inevitabile che succeda, cercano di farlo con equilibrio, con serenità. Non so se noi latini ci riusciremmo, ma è anche il nostro bello. Di una vita alla Into the Wild, invece, penso un gran male. È un eccesso, una terapia d’urto che non giova. Non dovremmo fuggire dalla civiltà, basterebbe renderla un po’ più naturale.

Federico Iarlori

Crediti: Facebook, Raffaele Riba